Se la vita fosse un libro, avrebbe molte orecchie
Scatti e letture
Nella breve sosta fiorentina di oggi pomeriggio, una scena mi è rimasta vivamente impressa. Quella di alcuni turisti che, in una sala del museo di Santa Croce, ricchissima di opere straordinarie, hanno mostrato ben più attenzione per il monitor touch-screen con la guida al percorso espositivo, che per i capolavori che avevano ad altezza di occhio. Crocifisso di Cimabue compreso. Mah…
Splendido, pochi minuti dopo, il convegno sulla figura dello scrittore Mario Pomilio, di cui ricorre quest’anno il ventesimo della morte. Non poteva lasciarmi indifferente il modo in cui, in apertura, p. Antonio Spadaro ha legato fra loro le mie passioni più accese.
“La nostra vita è un cumulo di fotografie”, ha detto. “Ogni giornata è un continuo scattare delle fotografie con i nostri occhi. La lettura è il laboratorio in cui è possibile sviluppare le immagini della vita. La lettura non è evasione, ma visione della vita”.
La prima linea
Uscirà domani, in 150 sale, il film di Renato De Maria sui terroristi di “Prima linea”, organizzazione meno nota ma non meno feroce delle Brigate rosse. E infatti, al centro del racconto, quasi punto di svolta, sta l’omicidio del magistrato milanese Emilio Alessandrini, figura limpidissima, barbaramente freddato da Sergio Segio e Marco Donat Cattin il 29 gennaio 1979. Senza dubbio, il filmato d’archivio in cui si vede la bara del magistrato attraversare una piazza Duomo gremita, alla presenza del presidente Pertini, è la punta più elevata del film.
Avevo letto qualcosa delle polemiche che hanno preceduto l’uscita della pellicola e, dopo averla vista, restano in me molte perplessità. Non si può dire che “La prima linea” giustifichi la lotta armata, ma è vero – come qualcuno ha scritto – che i terroristi di cui racconta, a partire da Segio impersonato da Scamarcio, appaiano quasi come eroi sconfitti. Circondati anche da un alone romantico e da film western. Vedi le scene in cui camminano lenti, con le pistole in mano, in mezzo al fumo, dopo aver ucciso o portato a termine un’evasione. È apprezzabile la domanda posta quasi a suggello del film: “E’ giusto rinunciare alla propria umanità?”. Ma i 96 minuti di immagini non restituiscono, se non superficialmente, il quadro drammatico degli anni di piombo. Fare i conti col passato e diffonderne la conoscenza fra i giovani è certo necessario, ma può essere una fiction di “belli e dannati” a coniugare memoria, coscienza e giustizia?
Parole
Pochissime vere parole si scambiano ogni giorno, davvero poche. Forse ci si innamora soltanto per cominciare a parlare davvero. Forse si apre un libro soltanto per cominciare davvero a comprendere.
C. Bobin
“Ma io difendo quella croce”
Nell’articolo pubblicato oggi da Marco Travaglio – non tutto condivisibile, a mio giudizio – c’è un lungo passaggio che mi sembra molto significativo. Eccolo:
Gesù Cristo è un fatto storico e una persona reale, morta ammazzata dopo indicibili torture, pur potendosi agevolmente salvare con qualche parola ambigua, accomodante, politichese, paracula. È, da duemila anni, uno “scandalo” sia per chi crede alla resurrezione, sia per chi si ferma al dato storico della crocifissione. L’immagine vivente di libertà e umanità, di sofferenza e speranza, di resistenza inerme all’ingiustizia, ma soprattutto di laicità (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e gratuità (“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”).
Gratuità: la parola più scandalosa per questi tempi dominati dagli interessi, dove tutto è in vendita e troppi sono all’asta. Gesù Cristo è riconosciuto non solo dai cristiani, ma anche dagli ebrei e dai musulmani, come un grande profeta. Infatti fu proprio l’ideologia più pagana della storia, il nazismo – l’ha ricordato Antonio Socci – a scatenare la guerra ai crocifissi. È significativo che oggi nessun politico né la Chiesa riescano a trovare le parole giuste per raccontarlo.
Eppure basta prendere a prestito il lessico familiare di Natalia Ginzburg, ebrea e atea, che negli anni Ottanta scrisse: “Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente… Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli. A me sembra un bene che i bambini, i ragazzi lo sappiano fin dai banchi di scuola”.
“I colori maturano di notte”
Ne avevo riassaporato le liriche anche di recente, grazie agli splendidi libretti editi da Frassinelli. La scomparsa di Alda Merini ci lascia tutti più poveri, privi di una voce corposa e sfacciata quanto leggera e mistica. La sua biografia è tutt’altro che poetica, segnata com’è dall’ombra della malattia, il distacco dalle figlie, la povertà. Morendo il giorno di Ognissanti – scrive Elena Granata su Città Nuova – “ci ha insegnato che i santi oggi si nascondono tra gli ultimi: tra quelli mai ammessi al banchetto, tra i letti di un ospedale psichiatrico, nelle soffitte dove anziani soli vivono dimenticati”. Con la sua vita, prima che nei versi, ha raccontato la sacralità di ogni aspetto dell’umano: l’amore, la maternità, la sofferenza, la follia, la povertà, l’arte, la fede. E il volto umano del divino. “Io trovo i miei versi intingendo il calamaio nel cielo”, confidava. “Tutti gli innamorati sono in Cristo”. “Chi regala le ore agli altri vive in eterno”. Ecco il segreto della vera ricchezza. L’aveva scritto così, nel 2003:
«Io non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all’orecchio degli amanti.
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi».
Lieti gli abbattuti di vento
Domani, festa di Ognissanti, si legge in tutte le chiese il vangelo delle Beatitudini, inizio del lungo discorso “della montagna”. Ecco, in proposito, una pagina che mi è balzata agli occhi – e al cuore – ieri, leggendo il meraviglioso piccolo libretto di Erri de Luca, “Penultime notizie circa Ieshu/Gesù” (Edizioni Messaggero Padova, 2009).
Si mise sopra l’ultima pietra, dove la terra smette di salire e inizia il cielo. Il vento si abbassò, quando lui si fermò in piedi. L’acustica perfetta, il sole tiepido:
“Beati” fu la prima parola, secondo la tradizione. Esordì col principio dei Salmi, molti dei quali portano la firma dell’antenato Davide. Dopo la prima parola ci si aspettava che proseguisse con il resto del Salmo 1. Ma il seguito fu un canto nuovo. Lieto il povero di spirito. Anche qui c’è differenza dall’ebraico shefàl rùah, abbattuto di vento. È un’espressione di Isaia. Indica chi è così prostrato da essere piegato a terra, con il vento del fiato che scarseggia.
Lieto l’abbattuto di vento, insieme al calpestato in cuore: come poteva essere lieto? Lieto perché il verso di Isaia dice che la divinità sta con loro. Nominava vento e cuore, cioè fiato e sangue, quello che lui veniva a risanare. Riscattava corpi e anime in fiamme dei più mortificati al mondo. Si era guadagnato credito presso la folla dei risanati, ma quello era solo un acconto dell’infermità che era venuto a guarire.
Iniziò così, con tre parole, a scuotere le fondamenta del cielo e della terra. Fu il più lungo discorso dell’uomo nuovo d’Israele… da quel momento in poi qualunque folla e qualunque persona sapeva di aver ascoltato il discorso della montagna e poteva voltarsi verso quella cima col fiato abbattuto di vento, il cuore calpestato. Per molto o per poco potrà ristorarsi e risanarsi presso quelle parole che non daranno tregua al mondo finché non saranno compiute.
Il potere e la grazia
Grande occasione, ieri pomeriggio! La visita – guidata dal curatore – alla mostra “Il potere e la grazia”, splendidamente allestita a Palazzo Venezia. Cento opere di artisti come van Eyck, Memling, Mantegna, Del Sarto, van Dyck, Tiziano, Veronese, El Greco, Guercino, Caravaggio, Murillo, Tiepolo, provenienti dai maggiori musei europei. Un vero viaggio nel tempo, nella bellezza, nella santità. Don Alessio è stato davvero bravissimo: una lezione di storia della fede e della cultura. E del loro fecondo matrimonio. I patroni dei singoli stati europei ci sono tutti. E lo stesso vale per le intricate vicende di stato, le commoventi storie dei martiri, i profili dei giganti dalle cui spalle vediamo più lontano. Chi vive a Roma, o passa di qui, non se la perda. C’è tempo fino al 31 gennaio 2010 per due passi… nel potere della grazia.
Into the wild
È da un po’ che l’avevo nella lista delle cose da fare e il finesettimana me ne ha dato l’occasione. “Into the wild” è un film del 2007, scritto e diretto da Sean Penn, e girato nei più begli scenari americani. Protagonista è Chris-Alex, un giovane in cammino (o infuga?) lontano dalla famiglia, dalla “carriera”, da ogni legame con persone o cose. Trovo arduo dare una valutazione del film, così come non è facile definire le “terre selvagge” del titolo, certo molto più estese, o profonde, dell’Alaska, meta del viaggio agognato. Alex non è un vagabondo: ha una meta. Né un ribelle: ci sono tracce di ritorno nei fotogrammi finali. Di perdono, perfino di Dio. Tra una splendida fotografia e musiche dolcissime, tre sono le frasi che ho appuntato.
“La fragilità del cristallo non è una debolezza, ma una raffinatezza”.
“Dio ha messo la felicità dappertutto”. Ma “la felicità è reale solo quando è condivisa”.
I piatti di Giancarlone
Consiglio ai romani e a chi è di passaggio. Chi fosse in cerca di un buon posto per una cena all’insegna della tradizione e della simpatia romanesca, un salto alla Piazzetta di Roma lo deve proprio fare. Da Giancarlone. Lui e la sua famiglia si faranno certamente ricordare. Come i bravissimi stornellatori di ieri sera: chitarra, voce e fisarmonica d’autore.
Ugualmente non dimenticherò la scena di poco fa in chiesa: due sposi, non fra i più giovani, si sono tenuti abbracciati per tutta la Messa. Non sarà nei libri liturgici, ma era anche questa una preghiera.